13. La proposta “Diritti d’autore nel mercato unico digitale”

30/08/2018

13. La proposta “Diritti d’autore nel mercato unico digitale”

Nel corso del mese di luglio 2018 si è discusso, sotto svariati profili, della proposta di direttiva “Diritti d’autore nel mercato unico digitale - 2016/0280 (COD)” (di seguito, la “Proposta”) che fissa dei criteri per adeguare le norme attuali con il contesto digitale, al fine di ottimizzare il rapporto tra la tutela autoriale e il libero accesso ai contenuti online, indicando un elenco di eccezioni e limitazioni al diritto d’autore che dovranno essere adottate e/o modificate dagli Stati Membri.

In vista dalla riunione plenaria del Parlamento Europeo prevista per il mese di settembre 2018 durante la quale verranno esaminati nuovi emendamenti al testo – che verrà poi nuovamente messo al voto – di seguito riportiamo in breve gli aspetti principali relativi alla Proposta e al dibattito che questa ha generato.

 

  1. Contesto della Proposta: iter legislativo e status attuale 

Lo scorso 5 luglio, il Parlamento Europeo è stato chiamato a votare il mandato di negoziazione proposto dalla Commissione giuridica per riformare la normativa sul copyright digitale. Nonostante il 20 giugno il Juri Committee avesse espresso voto favorevole sul testo della Proposta, in occasione della sessione plenaria di luglio gli eurodeputati hanno deciso di non procedere con la riforma. Dalla discussione del testo è infatti emersa la necessità di chiarire alcuni aspetti e apportare delle modifiche. Il testo della Proposta e gli emendamenti che nel frattempo sono stati presentati, quindi, verranno discussi e votati nuovamente nella sessione plenaria di settembre.

L’iter che ha portato alla votazione di luglio della Proposta ha avuto inizio nel 2015, quando la Commissione Europea ha individuato 16 azioni da realizzare entro il 2016 - intitolate “Una strategia per il mercato unico del digitale per l’Europa”. Parallelamente è iniziato l’esame del testo della vigente normativa in tema di diritto d’autore per verificare la sua adattabilità al contesto digitale e, da tale operazione, è emersa una generale difficoltà nell’attuazione di alcune eccezioni e limitazioni al diritto d’autore e l’assenza di una loro efficacia transfrontaliera. Da qui, nel 2015 è stato redatto il primo testo della Proposta che si pone quale principale obiettivo quello di realizzare un giusto equilibrio tra (i) i diritti e gli interessi degli autori e di altri titolari di diritti e (ii) i diritti degli utenti, nell’ambito di un mercato nuovo, in cui l’evoluzione tecnologica ha cambiato il modo in cui le opere e altro materiale protetto vengono creati, prodotti, distribuiti e sfruttati.

 

  1. Il testo della direttiva e dei due articoli maggiormente discussi

Il testo della Proposta è consultabile al seguente link: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=CELEX:52016PC0593

Gli articoli maggiormente controversi attorno ai quali è sorto il dibattito nel corso del mese di luglio sono l’11 e il 13 a causa degli effetti che, secondo alcune parti interessate, potrebbero produrre per la libera circolazione delle informazioni online, mentre altre sostengano l’importanza di tali interventi per tutelare editori e discografici.

Articolo 11: prevede che coloro che ricorrono agli snippet (le anteprime delle notizie online) debbano ottenere una licenza dagli editori per pubblicare questi collegamenti sulle proprie piattaforme ed introduce quindi, una nuova forma di “equo compenso” in favore degli editori per lo sfruttamento online delle loro opere.

Quest’obbligo è stato impropriamente rinominato “Link Tax” ma non si tratta di una imposizione fiscale, bensì appunto di una forma di “equo compenso” (ovvero un compenso corrisposto per l’utilizzazione commerciale di un’opera protetta dal diritto d’autore) che spetterebbe agli editori a fronte dell’utilizzo commerciale di link e snippet ai loro contenuti, sulla scorta dell’idea che il contributo organizzativo e finanziario degli editori nel produrre pubblicazioni di carattere giornalistico va riconosciuto e ulteriormente incoraggiato per garantire la sostenibilità dell’editoria.

L’articolo in questione prevede che gli Stati membri dovrebbero riconoscere alle pubblicazioni di carattere giornalistico i diritti di riproduzione e comunicazione al pubblico, così da ottenere un equo e proporzionato compenso per l’utilizzo delle loro pubblicazioni da parte dei service provider, senza limitare per questo il legittimo uso privato e non commerciale delle pubblicazioni da parte dei singoli utenti. Tale disposizione non si applica ai cosiddetti “hyperlink”, i collegamenti ipertestuali semplici, che riportano il semplice link al contenuto. Inoltre, il testo al momento ancora suscettibile di modifiche, chiede che gli Stati membri garantiscano che gli autori ricevano un compenso adeguato in relazione alle entrate che gli editori ricevono per l’utilizzo di una pubblicazione da parte dei fornitori di servizi online.

Nella visione degli estensori della proposta di direttiva i grandi operatori del web, tra cui Google, trarrebbero profitto dalla condivisione di contenuti di terzi, senza condividere né costi né proventi con coloro che li creano. Inoltre, la diffusione dei contenuti tramite link e snippet porterebbe gli utenti a non leggere gli articoli originali completi, penalizzando così gli editori. Anche a parere della maggioranza degli editori europei la nuova normativa potrebbe garantire una maggiore tutela dei contenuti e la valorizzazione dell’industria creativa e culturale.

Benché non si tratti come è stato sostenuto di una tassa, ma di un compenso a fronte dell’utilizzazione di un contenuto protetto, la misura proposta ha sollevato anche forti critiche, da parte di studiosi, attivisti e operatori. A sostegno di questa tesi, si guarda agli effetti deludenti dell’introduzione di un compenso a favore degli editori in Germania e in Spagna. In Germania, dove il compenso è stato introdotto con una legge già nel 2013, gli editori non sono riusciti a far rispettare questo nuovo diritto da parte di Google, che ha smesso di utilizzare gli snippet, provocando una diminuzione nei rinvii alle testate tradizionali tedesche intorno a circa l’80%, così da costringerli a concedere a Google un’esenzione temporanea dal pagamento per essere nuovamente presenti su Google News.

In Spagna, dove le norme di legge introdotte nel 2014 prevedevano l’obbligo per gli editori a chiedere un compenso irrinunciabile agli aggregatori di notizie, Google ha rifiutato di versare l’equo compenso agli editori e chiuso Google News, provocando un deciso calo del traffico internet indirizzato verso le testate spagnole.

Proprio i possibili comportamenti ostili di Google e di altri grandi operatori del web renderebbero vane a parere dei detrattori della proposta di direttiva – e anzi controproducenti per i giornali europei - norme che sancissero l’equo compenso sopra descritto. I giornali europei potrebbero infatti non comparire più negli aggregatori di notizie più diffusi a vantaggio dei produttori extraeuropei di contenuti. Inoltre, mentre i grandi aggregatori come Google o Facebook avrebbero (ed hanno) il potere di sottrarsi al pagamento dell’equo compenso, operatori minori dovrebbero adeguarsi alle nuove norme, subendo uno svantaggio concorrenziale ulteriore.

Ciò che quindi ci si auspica è che gli emendamenti prevedano una più chiara individuazione dei soggetti destinatari di tale norma che tenga conto del diverso potere economico (e quindi contrattuale) che hanno i grandi operatori del web rispetto a quelli minori.

Articolo 13: prevede un obbligo per le società dell’informazione di monitorare i contenuti caricati dagli utenti sulle piattaforme, rimuovendo tutto quanto viola palesemente il copyright, dalle immagini coperte da diritto d’autore utilizzate per altri scopi (come i meme), alla musica inclusa nei video. Diventa quindi onere dell’ISP concludere con i titolari dei diritti contratti di licenza “fair and appropriate”, nonché adottare misure efficaci e adeguate per evitare la messa a disposizione di contenuti che violino i diritti d’autore.

Tale disposizione parte dall’assunto che i provider, i quali mettono a disposizione degli utenti un grande numero di contenuti protetti da copyright attraverso accordi contrattuali con i titolari dei diritti, debbano dotarsi di misure idonee a rendere effettiva la funzione di tali accordi per l’utilizzo legittimo di tali contenuti, senza che sia previsto tuttavia un formale obbligo di concludere tali accordi.

La norma è stata predisposta al fine di affrontare il tema del c.d. value gap ovvero il divario di valore che i titolari dei diritti riscontrano tra i ricavi medi generati per sé da parte per esempio di YouTube e quelli generati da tutti gli altri servizi di streaming a pagamento come, tra gli altri, Spotify, Apple Music, etc: molto più bassi i primi dei secondi, in modo inversamente proporzionale al numero di utenti attivi

Alla luce del più recente testo dell’articolo 13 (e dei consideranda 37-39c della Proposta) sono soggetti a tale norma quei service provider che condividono contenuti online e quindi gli ISP il cui scopo principale è quello di memorizzare e dare accesso al pubblico, ovvero offrire in streaming contenuti protetti da copyright caricati e/o messi a disposizione dai loro utenti ovvero che ottimizzano contenuti. Tale attività viene infatti considerata come atto di comunicazione al pubblico e quindi un vero e proprio sfruttamento dei contenuti e, in questo modo, gli online content sharing service provider sarebbero quindi responsabili (e potenzialmente responsabili) dei contenuti caricati dagli utenti. Dalla definizione di service provider di contenuti online sono esclusi: i fornitori di servizi non commerciali (ad esempio, enciclopedie on-line), i fornitori che permettono che i contenuti possano essere caricati con l'autorizzazione dei titolari dei diritti, piattaforme open source, siti online la cui attività principale sia la vendita al dettaglio on-line di beni materiali. Per questo motivo tali soggetti sono anche esclusi dalla eventuale applicazione dell’articolo 13.

 

  1. Il voto e le posizioni espresse dai soggetti interessati alla Proposta

Come sopra ricordato, la Proposta non è stata approvata con il voto del 5 luglio che ha visto il Parlamento diviso in due con 278 eurodeputati a favore e 318 a sfavore (e 31 astenuti). Prima e dopo la mancata approvazione quasi tutti i soggetti interessati dalla Proposta hanno espresso la propria posizione. In particolare, tra coloro che hanno espresso parere favorevole troviamo:

- SIAE che ha accolto la proposta con favore sottolineando che “la proposta indica come strada maestra la collaborazione tra piattaforme, titolari dei diritti e società degli autori ed editori, insieme a una maggiore trasparenza per il riconoscimento delle opere e delle informazioni puntuali sulle utilizzazioni”.

- il Presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani che si è detto favorevole al principio che il copyright in rete debba essere pagato ma ha riconosciuto che il testo della Proposta necessita di modifiche affinché venga tutelata la posizione degli operatori piccoli e del popolo del “web libero” che si troverebbero ad affrontare delle disposizioni pensate solo per i grandi operatori della rete.

Tra coloro che invece sembrerebbero maggiormente contrari alla Proposta troviamo invece:

- Google e Facebook (che concretamente sarebbero i primi destinatari della riforma);

- Wikipedia, nonostante il Parlamento UE abbia specificato che le enciclopedie online sarebbero automaticamente escluse dall’applicazione delle norme, in quanto a loro avviso il testo non tutela gli operatori più piccoli del web.

- alcuni partiti politici italiani tra cui la Lega, il M5S e l’estrema sinistra.

 

 

 

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